Don Gallo: una storia padovana


Tre anni e mezzo di occupazione, una storia che attraversa il cambiamento delle politiche sull’accoglienza, che ne evidenzia i limiti e i problemi. Una storia che racconta un pezzo di vita di una città quella che si sviluppa tra il 18 dicembre del 2013 e il 23 marzo 2017. La storia della Casa dei Diritti Don Gallo.

Una palazzina di via Tommaseo, praticamente di fronte all’ingresso della Fiera di Padova, finita nel portafoglio di una banca dopo un fallimento che diventa non solo la casa di tante persone, ma soprattutto il punto di riferimento di chi vive sulla propria pelle la schizofrenia della politica italiana sull’accoglienza dei richiedenti asilo e l’incapacità di costruire una prospettiva a chi allo status di rifugiato (o alle altre forme di protezione internazionale) riesce in qualche modo ad arrivare. La storia della Don Gallo, intesa come esperienza di accoglienza, inizia prima dell’occupazione dello stabile con le primavere arabe e con Emergenza Nord Africa. È il 2011 e l’Italia deve fare i conti con una massiccia ondata di arrivi dal Mediterraneo, che nessuno immagina destinati ad aumentare in maniera significativa negli anni successivi.

La soluzione ovviamente è quella “di emergenza”, con cooperative e strutture pronte ad accogliere i richiedenti asilo, in cambio di un comunque non indifferente contributo statale (che diventeranno poi i famosi 35 euro, ma che sono arrivati anche a 46 euro al giorno).  Nelle strutture (a Padova quella più attiva è Casa a Colori) i richiedenti asilo restano ovviamente mesi, per alcuni è complicato vedersi riconosciuto una forma di protezione perché sono migranti economici, arrivati in Libia e di qui fuggiti in Italia a causa della guerra. Alla fine i documenti si sistemano, in molti ottengono il permesso di soggiorno, ma intanto i mesi passano e l’accoglienza sta per scadere.

Il primo grido di allarme arriva nel dicembre 2011: oltre 250 persone rischiano di finire semplicemente in mezzo a una strada perché l’accoglienza scadrà con il nuovo anno. Tra proroghe e rinvii passano altri mesi, ma la situazione non cambia: di borse lavoro, corsi di formazione, perfino di corsi di lingua non se ne parla.

I rifugiati arrivano a manifestare sotto al comune, ma una vera soluzione non si trova. Finisce anche il 2012 e si esauriscono le ultime proroghe.

Quando si chiudono del tutto le porte dei Cas, il 28 febbraio 2012, qualcuno trova una sistemazione, altri continuano il loro viaggio alla ricerca di un’Europa più accogliente, altri chiedono aiuto alle associazioni, a chi aveva provato ad ascoltarli. E la sede di Razzismo Stop, in via Gradenigo, si trasforma in un rifugio, in un ostello. Prima sono poche unità, poi diventano sempre di più, superando i cinquanta. Quella del 2013 è un’estate complicata, di convivenza forzata, di richieste di aiuto, di situazioni al limite della vivibilità anche per chi ha visto situazioni inimmaginabili ai più. Sicuramente un’estate dove la dignità viene persa di vista per queste persone.

Si prova qualche atto simbolico (le tende sotto Palazzo Moroni o sul giardino della Gabelli), ma le risposte non arrivano.

Sta per finire un altro anno quando il 13 dicembre del 2013 Razzismo Stop e i rifugiati (una quarantina) occupano una palazzina elegante ma quasi anonima, ex sede di una immobiliare vittima della crisi. Una palazzina che diventerà la Casa dei Diritti Don Gallo.

[continua]

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