Sprar cosa come perchè…


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Un acronimo che fino a qualche mese fa faceva parte del vocabolario solo degli addetti ai lavori e che invece oggi, tra evidenti imprecisioni e inesattezze, rischia di diventare un tema centrale del dibattito politico: SPRAR.

La sigla sta per Servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati e rappresenta “la rete degli enti locali per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata” come si legge nelle pagine del sito. Nasce all’inizio del millennio dalla collaborazione tra l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) e il ministero dell’interno. In poche parole quello che dovrebbe essere il sistema principale di accoglienza per i “profughi”.

Tutte informazioni queste facilmente reperibili con qualche passo nelle maglie delle rete.

conaOvviamente però nel cambiamento di percezione e di conoscenza della parola e del concetto di Sprar c’è qualcosa di più. C’è il fatto che l’accoglienza dei richiedenti asilo rappresenta il tema centrale del dibattito politico locale e nazionale, il fatto che in tanti sparano sentenze e giudizi sull’accoglienza senza conoscere lo stato delle cose e c’è soprattutto il fatto che di fronte a una sempre maggior diffusione dei Cas (Centri di accoglienza straordinari) si evidenzia l’incapacità delle istituzioni di gestire in maniera se non ottimale per lo meno “sufficiente” l’accoglienza, sia nei confronti dei beneficiari che delle popolazioni dei territori dove per forza di cose l’accoglienza deve trovare spazio.

Ecco quindi che lo Sprar si materializza come possibile soluzione “ideale” di tutti i problemi. Da una parte consente ai richiedenti asilo, ai rifugiati o ai titolari di una forma di protezione (umanitaria o sussidiaria) di intraprendere un percorso di inserimento che soddisfi alcune condizioni precise (corso di italiano, corsi di formazione, tirocini), dall’altra dà ai comuni l’unica “arma” possibile per governare il fenomeno. Con lo Sprar infatti gli enti locali diventano protagonisti e gestori del sistema di accoglienza, che altrimenti si traduce in un rapporto diretto tra la Prefettura, che ha in carico la ripartizione sul territorio dei richiedenti asilo, e gli enti gestori, cioè le cooperative.

Per questo lo Sprar si è diffuso sul territorio tanto  che oggi i posti nei 674 progetti sono 27.089 (a fronte però di di 171.932 persone presenti nei centri di accoglienza del territorio). Oggi infatti è possibile per gli enti locali presentare i progetti per lo Sprar in qualsiasi momento, senza aspettare un bando specifico. A marzo e a settembre i progetti vengono valutati ed eventualmente approvati.

Per il comune, che si può avvalere della collaborazione del servizio centrale dello Sprar per la progettazione e la realizzazione del servizio, l’onere economico è pari al 5% del progetto complessivo mentre la copertura del restante 95% è a carico di fondi ministeriali ed eventualmente del Fondo Europeo per i Rifugiati.

Il comune che dà vita un progetto Sprar però non deve per forza di cose mettere a bilancio un esborso di risorse. Il contributo dell’ente locale può essere infatti “valorizzato”: un immobile di proprietà per ospitare i beneficiari, l’impegno di personale tecnico, servizi di diversa natura possono essere quantificati e finire nella quota che il comune investe in questo settore. Paradossalmente, se questi contributi in beni, personale e servizi dovessero superare la quota del 5% il comune potrebbe essere pagato per “l’eccedenza” dal Ministero.

Il “valore” dell’accoglienza nello Sprar si avvicina a quei, a volte tristemente, famosi 35 euro al giorno per persone. Ma per i gestori del progetto (che in alcuni casi sono cooperative impegnate anche nell’accoglienza straordinaria) l’accesso ai fondi avviene con modalità completamente diverse. L’assegnazione del contributo non è infatti automatica, ma arriva attraverso la presentazione di pezze giustificative: in pratica il gestore riceve il contributo solo per quanto effettivamente erogato a livello di servizio ai beneficiari dello Sprar.

Ma cosa si fa esattamente nello Sprar? Cosa cambia per chi beneficia dell’accoglienza?

bagnoli Un progetto Sprar deve garantire alcuni servizi indispensabili, seguendo delle linee guida emanate dal servizio centrale, che fornisce anche un manuale per questi progetti. Ai beneficiari deve essere fornito un percorso che possa portare a un’effettiva integrazione, a partire dal corso di italiano, ma anche alla formazione lavorativa che culmina anche in tirocini. Gli operatori impegnati sono numerosi (uno ogni cinque beneficiari secondo le linee guida, quini l’accoglienza “vale” seimila posti di lavoro in Italia): psicologo, educatore, assistente sociale, legale, ma anche semplicemente accompagnatori e gestori degli alloggi.

Ma a chi tocca la fortuna dello Sprar, rispetto all’accoglienza nei Cas e nei Cara?

Sul piano puramente teorico si tratta solo di una questione di numeri: tutti i richiedenti asilo avrebbero diritto a entrare nel circuito Sprar, ma c’è posto solo per una persona ogni cinque richieste. Ecco perchè esistono i Cas.

In realtà oggi la ripartizione viene effettuata seguendo una logica un po’ diversa. Una volta che il richiedente asilo è stato identificato e ha formalizzato la richiesta attende l’esito della sua domanda, dopo un colloquio con la commissione territoriale, nei Cas.

Una volta ottenuta la protezione può iniziare il suo percorso nello Sprar, in modo da evitare situazioni in cui migranti perfettamente in regola con i documenti si ritrovino senza formazione, senza alloggio, senza prospettive.

In questo caso l’accompagnamento dello Sprar dovrebbe garantire maggiori chanche di inserimento nel mondo del lavoro, ma anche semplicemente nella società civile per il rifugiato.

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